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Appunti per una storia della sanità a
Villacidro
La Sanità
UN COMUNE
DI
MONTAGNA
(IL SUO PASSATO, IL SUO AVVENIRE)
Di
G. DE FRANCESCO
CAGLIARI- Prem. Tip. Pietro Valdès – 1902
……………Una relazione del protomedicato generale, del 15 novembe
1770, lo conferma:
Riguardo poi ai fabbricatori e rivenditori dell’acquavite, varii abusi vi sono.
Primieramente gli ecclesiastici pretendono che non sia sottoposta alla visita
l’acquavite; la quale viene, per loro conto, venduta al pubblico; per altro le
regie costituzioni non esentano veruno. Secondo: altri vi sono li quali vendono
finchè sia il tempo della visita, e così pretendono esentarsi dal pagamento del
diritto. Questi tali son quelli che, per rendere l’acquavite più forte, l’alterano
in varie guise che la rendono anche pregiudiziale alla sanità.
Gli avvenimenti dello scorcio del secolo XVIII avevano potentemente
scosso l’ordine sociale in tutta l’isola. Vittorio Emanuele
I , esule dal Piemonte e ridotto a non intrattenersi che delle sorti
del paese nel quale aveva rinvenuto asilo affettuoso e sicuro [la Sardegna]
rivolse le sue cure alla ristorazione dell’ordine ed alla ricreazione
d’un organismo che riaffermasse la regalità, assicurasse
la quiete ed iniziasse la vitalità civile ed economica.
Il regio Editto del 4 Maggio 1807 è descrittivo “Mercè l’autorità economica
conferita a particolari congressi in ogni prefettura e giustizia riescirà più efficace,
perché più pronto il castigo dei rei, e la forza militare
perseguendo ovunque i facinorosi e i banditi, dissiperà quelle
numerose quadriglie, che commettono qualunque siasi delitto sotto l’egida
talvolta ancora di ministri sordidi e venali.”……
Villacidro fu classificata tra le quindici residenze prefettizie. Mentre
la giurisdizione del prefetto di Cagliari abbracciava 28 comuni, quella
di Villacidro si estese a 43 comuni. ……….
Alla nomina del prefetto non si provvide prima del 16 ottobre 1807.
La scelta cadde sull’avvocato Don Antonio Melis, che avea coperto
la carica di assessore del Reale Vegherio della capitale, quella di sostituto
avvocato de’ poveri presso il Magistrato della Reale Udienza………..
Don Antonio si decise a raggiungere la sua residenza quando era lì lì per
maturare il primo quartiere. Gli fu compagno di viaggio Don Felice Medda,
avvocato fiscale provinciale.
L’uno e l’altro segnalarono il 2 Marzo il loro arrivo alla
segreteria di stato……..
……
.. i detenuti tentarono di evadere dal carcere.
Il che indusse l’avv. Melis a chiedere il permesso di recarsi a
Cagliari per riferire, apparentemente, intorno a questo e ad altri argomenti.
Ma principalmente per trovare rimedio alle sue sofferenze fisiche. Si
era nel settembre, e la temperatura avea cominciato ad abbassarsi. La
sua dimanda fu inesaudita, ed il pover’uomo ne fu non poco addolorato.
Patetica è la lettera che scrisse al Reggente la Segreteria di
Stato, che porta la data del 28 settembre 1808: La premura che avea
di portarmi a Cagliai non era che per il solo fine di poter trovare qualche
rimedio alle continue fulsioni ai denti, di cui sono continuamente incomodato
da quando sono in questo paese, in modo che conto già tre di essi
che mi sono cadute intiere, e senza machia alcuna, onde prevedo
che ne rimarrò privo affatto nel prossimo inverno, se non
occorro in tempo per conservare le rimanenti
Con qualche rimedio trattandosi d’essere questo un paese di clima
incostante, ed in cui da sommo calore si passa repentinamente ad un freddo
sensibile, supposto però che il Governo ha stimato conveniente
non accordarmi il permesso di portarmi a Cagliari, bisogna aver pacienza,
ed uniformarmi agli ordini superiori…………..
Undici mesi dopo il suo arrivo [dicembre 1808], Don Antonio ebbe una
grossa questione sulle braccia. Egli presumeva di aver terrorizzato la
docile popolazione, condannando tre individui, due ad essere esposti
per un intera giornata co’ piedi legati ne’ ceppi sulla piazza
di Frontiera, e l’altro a ricevere nella stessa piazza “sole
cinquanta bastonate, attesa la sua minore età.”
Si era verso la fine del carnevale quando il vigile prefetto scoprì che,
ad istigazione del chirurgo Giuseppe Ignazio Polacchi, avevasi in animo
di sollevare la popolazione, nel corso della notte, ed indurla ad espellere
ignominiosamente il medico Galzerini.
Chi fosse il chirurgo sardo della fine del secolo XVIII e dei primi
del XIX documenti copiosi attestano luminosamente.
E’ una pagina non priva di interesse che si sottopone all’attenzione
del lettore.
Dal lepido cagliaritano, nel suo pittoresco linguaggio, il chirurgo fu
chiamato arroppa paneri. Era detto tutto.
Lo studente in flebotomia, mentre per gli studenti delle singole facoltà era
obbligatorio l’uso del cappello a tre punte da prima, e del prosaico
cilindro poscia, non che l’abito nero, era ammesso nell’università indossando
il cappotto, e col capo coperto di sa barritta. Tenuto in dispregio,
lo si allontanava da eletti convegni. Nel 1842, Giovanni Masnata, professore
ordinario di ostetricia nel 1853, sol perché intitolatasi medico
e chirurgo, vide respinta la sua domanda di essere annoverato fra’ soci
del Casino filarmonico di Cagliari.
Le applaudite costituzioni del Bogino….prescrivevano che per ottenere
la patente di chirurgo, era mestieri seguire il biennale corso scolasticoed
assoggettarsi al corso pratico nell’ospedale per due anni.
Il chirurgo che preferiva prendere stanza in un villaggio era tenuto
ad un solo anno di pratica. S.E. aveva avvertito una differenza tra la
pelle del cittadino e quella del villico………
Il censore universitario Lodovico Baylle, in un suo scritto ufficiale
del 1806 segnala gli abusi de’ chirurghi ne’ villaggi e la
tolleranza colpevole de’ ministri di giustizia………
Ed or si lasci la parola al magistrato agli studi che fa propria la relazione
del censore Baylle:
……………Quest’abuso è troppo
generale……E riflettendo sugli accordi che fanno i villaggi
coi chirurghi ai quali si corrispondono somme quantiose di grano ben
soventi per compenso della sola rasatura della barba, e tutt’al
più per qualche salasso, non può che rammaricarsi per quest’inutile
effusione di denaro, che più vantaggiosamente potrebbe impiegarsi
nei medici di condotta, obbligando un numero di ville commarcane a stipendiare
un medicocce possa essere di soccorso a tutte per breve distanza, mediante
la riduzione del salario smoderato dei chirurghi, da cui sottraendo una
decente porzione, si verrebbe a formare un appannaggio egaualmente decente
pel medico.
Da ciò nascerebbe che i villaggi sarebbero più ben serviti:
in un paese ov’è si scarsa la popolazione almeno si conserverebbero
più a lungo i viventi: la medicina avrebbe uno sfogo e quindi
vi s’applicherebbero molti individui, invece che siè sull’orlo
di chiuderne le scuole nel momento che abbia terminato il suo corso l’unico
studentesche presentemente vi è; ………
Il magistrato agli studii era nel vero allorché manifestava il
presentimento dell’inevitabile chiusura della scuola di medicina.
Frugandosi negli archivi dell’Università si accerta che
dal 1804 a tutto il 1807 non s’ebbe una laurea in medicina. L’ultimo
a laurearsi nel 1803 era stato Paolo Marras di Dorgali, baccelliere nel
gennaio 1799.
Il passero solitario, l’unico studente in medicina, indicato dal
Magistrato quale segno di languore, era Giovanni Franco, laureatosi nel
1808, un cagliaritano, figlio d’un medico continentale che aveva
sposato in Guspini Caterina Pala. Pietro, genitore del passero solitario,
aveva prestato assistenza alla Corte rifugiatasi a Cagliari………
I documenti che si hanno sott’occhio, accertano che, se ne’ chirurghi
eravi tendenza a sostituire abusivamente i medici, anche i flebotomi
provavano utile e diletto nel far le fiche a’ chirurghi………
Il flebotomo era anche parrucchiere…….
Come nel 1809msi trovasse il medico Galzerini nel comune di Villacidro è opportuno
spiegare.
Da oltre quarant’anni il chirurgo [Bolacchi] aveva, persistentemente
amareggiandoli in ogni guisa, resa impossibile la presenza de’ medici.
Quanti n’erano arrivati, tanti n’erano stati messi in fuga.
Creata Villacidro residenza di prefettura nel 1807, i maggiorenti si
erano dati attorno per avere stabilmente un medico………… Eglino
s’obbligarono di concorrere nella spesa relativa, e il Comune non
indugiò a supplicare il re perché fosse data benevola provvidenza.
La necessità di un sanitario è additata da un periodo d’una
relazione (22 agosto 1807) del censore diocesano [Agnese], al quale il
municipio aveva affidato il mandato di portare a termine la bisogna:
Non avrebbe certamente perso la terra di Villacidro….tanti capi
di famiglia in età giovanile……., non sarebbero mancate
tante braccia necessarie per l’agricoltura, non avrebbe diminuito
di molto la sua popolazione, se il suo genio ed indole fosse stata quella
che aver deve un corpo che ama la sua conservazione e prosperità.
…….In qual modo provvedere alla rimunerazione di un medico
fisso?
Il censore proponeva che, cessando nell’anno seguente il contributo
d’un imbuto per starello a favore del monte granitico,……….l’imbuto
fino allora contributo fosse devoluto al medico, a titolo di salario.
In quel momento, è Agnese che lo afferma,gli abitanti di Villacidro
ascendevano a seimila. Secondo i calcoli dello stesso, al medico sarebbero
stati assegnati centottantasette starelli e mezzo.
Il reggente la Segreteria di Stato, cav. Rossi,….prima di deliberare,
volle udire il parere del censore generale de’ Monti di soccorso,
il quale osservò che l’imposta ricadrebbe soltanto sulla
classe degli agricoltori
………
Siccome gli abitanti di Villacidro non consistono nella sola classe degli
agricoltori che prendono grano dal monte granitico, ma ancora di quelli
che, per essere facoltosi, non ne prendono e degli altri che hanno dei
possessi, e formano il loro reddito in vini ed acquavite di cui vi è attivo
commercio, sembra giusto che anche queste classi più facoltose
dovessero concorrere a formare lo stipendio del medico.
Smantellato …..[dal censore generale] Boyl il piano del censore
diocesano Aagnese, questi dovette provvedere il denaro necessario al
mantenimento del medico. Boyl aveva suggerito….di addivenire alla
formazione di un riparto formando della popolazione due o tre classi,
esclusa quella de’ poveri, e assoggettarle a contribuire in proporzione
della relativa potenzialità.. Al congresso, oltre i membri della
giunta locale, intervennero………Comunicato dal censore
diocesano Agnese il pensiero del Boyl….i congregati furono concordi
nell’uniformarvisi……A duecentosessanta scudi sardi,
escluse le oblazioni anteriori di pochi privati, fu fissato lo stipendio
annuale del sanitario…..Dell’accordo fu redatto processo
verbale, trasmesso a Cagliari il 4 Novembre 1807. N’era tempo!
L’emula Serramanna fin dal 1594 aveva avuto un medico. Il lettore
lo ricorderà, fu innanzi la casa del medico Michele Onnis che
i notai Michele Santceloni e Pietro Sabater avevano convocato, a suon
di tromba, il popolo di Serramanna perché udisse che, essendo
morto senza eredi Fabrizio Gerp, Sua Maestà indemaniava i feudi
di Parte Ipis.
Così il prefetto Melis…, raggiunta nel 1808 la [sua] residenza,
ebbero la consolazione di constatare che il capoluogo della provincia
era stato dotato d’un medico, il dottor Galzerini, il perseguitato
dal chirurgo Giuseppe Ignazio Bolacchi.
I Bolacchi hanno occupato un posto eminente nella fosca cronaca dell’empirismo,
Fin dal 1768 aveano contrabbandato nell’esercizio della medicina,
ed impunemente ancora.
Il medico Giovanni Antonio Castagna era stanco delle insidie del chirurgo
Ignazio Bolacchi, associato all’altro chirurgo Giuseppe Giua, non
che della colpevole tolleranza degli ufficiali di giustizia, i quali
eransi rifiutati di applicare ai due compari le pene inflitte: in ogni
tempo i ciarlatani ebbero fortuna. A denti stretti, il protomedico generale
Fadda ne aveva scritto al Viceré nel 22 Settembre 1768 per ricordare
che “Castagna è riconosciuto comunemente per medico legittimamente
autorizzato, come veramente è.” Ed inoltrava preghiera di
volersi degnare “di dare gli ordini opportuni per infrenare le
trasgressioni alla legge.” Intanto a ciascuno dei due chirurghi
era stata appioppata una multa di scudi dieci. Giuseppe Giua ed Ignazio
Bolacchi strepitarono, ricorsero ad ogni artifizio per sottrarsi al pagamento.
Se non che Fadda tenne duro e, senza ambagi, dichiarò al Viceré non
potersi né doversi accettare l’allegazione d’ignoranza
da parte de’ due colpiti; i pregoniregolanti la materia erano stati
trasmessi a tutte le Curie e constava d’essere stati pubblicati.
I due bracconieri della medicina , colti colla selvaggina addosso, si
dovettero rassegnare al pagamento. Però, indi a poco, Giovanni
Antonio Castagna fu costretto a far fagotto: le insidie de’ due
chirurghi, e l’ignoranza de’ villici inevitabilmente dovevano
decidervelo.
Con tali esempi, Giuseppe Ignazio, discendente d’Ignazio, non poteva
rimanere impassibile alla presenza del medico Galzerini.
Non gli bastavano i proventi del contrabbando ed ambiva aver sotto mano
tutta la clientela. Come raggiungere l’intento?
Alla sua fervida fantasia altro stratagemma non si presentava che fare
espellere il medico la notte dell’ultimo giorno di carnevale e
dare addosso a tutti quelli che avevano contribuito alla sua nomina.
Sgrammaticato ogni oltre credere, il prefetto Melis era scrupoloso e
zelante nell’adempimento del dovere. Presago che “sarebbe
accaduta qualche disgrazia, come deprederà dagli atti che trasmetterò col
prossimo corriere,” spiegò la massima energia ed impedì che
si cosumassero le premeditate violenze…………
V’era un abisso tra il medico autentico [Galzerini] , che vantava
origine illustre, ed il torbido chirurgo, che fin dal 1801 aveva spadroneggiato
al punto che il protomedico Alciator nel luglio di quell’anno,
aveva stimato dover intervenire perché cessasse di molestare l’assistente
Francesco Cadeddu e nel dicembre successivo gli apprestava la seguente
rammanzina (sic):
Alla dimanda del medico Demelas di Villacidro relativa a farsi reprimere
la tanta audacia del patentato Bolacchi…..sarebbe il sottoscritto
nel sentimento o che esso Bolacchi venisse chiamato a dover comparire
nanti la medesima regia Segreteria
……
o ….ordinarsi al prefato Bolacchi che debba uniformarsi al precedente
decreto dei 25 precorso luglio, sotto pena in caso di nuova molestia
al Cadeddu di procedersi dai Ministri di giustizia alla di lui carcerazione …….;
orinandosi inoltre al medesimo Bolacchi, che deve per l’avvenire
astenersi dal propinare medicamenti interni, e dal far ordinare salassi
nelle malattie non spettanti alla sua arte chirurgica sotto le pene prescritte
dai regi regolamenti. Alla supplica del Cadeddu potrebbe ordinarsi ai
Ministri medesimi di Villacidro , che debbano rendere al ricorrente ogni
compimento di giustizia sull’esposto…….
Co’ Bolacchi contavano poco le rammanzine dell’Autorità.
Al pari di Castagna, il medico Demelas, a tutela della propria tranquillità,
non avea potuto fare a meno di trasportare i altrove i suoi penati. Ad
onta della persistente recidività, Giuseppe Ignazio ebbe sempre
voce in capitolo. Lo si deduce da un certificato del quale si riproduce
il testo rispettando la sintassi e l’ortografia dell’autore:
Facio fede io sotto scritto Chirurgo Cunicolare di questa di Villacidro,
qualmente avendo visitato d’ordine dell’Ill.moSig. Av.tofiscale
provinciale di questo dipartm.to queste baronali Carceri alcuni ditenuti
amalati la quale e statta cagionata di debiltà e di fame, mentre
la racione che gli passano è di nove cagliaresi al giorno, per
ogni uno, motivo questo che il pane in queste è di due oncie e
mezza il soldo, atesa la gran caristia del grano che in questa corre
a scuti sardi cinque e un quarto, che è quanto posso atestare
e far fede.
Villacidro gli 19 feb.° 1812:
il Chirurgo Giuseppe Bolachi
Di quali arti si fosse giovato Bolacchi non si ha sentore nelle lettere del prefetto.
Non si pena a indovinarle. Cacciare il medico, malmenare coloro che ne avevano
patrocinato la venuta, significava, presso quella gente incolta, allontanare
per sempre il pericolo d’un nuovo sanitario, e così a sfuggire al
pagamento del contributo secondo le categorie indicate dal censore generale Boyl.
Inoltre il chirurgo aveva a sua disposizione un argomento eroico, diventato,
di moda dopo i rivolgimenti cagliaritani del 28 aprile 1794. I piemontesi erano
stati cacciati dalla capitale per far posto ai nazionali. Galzerini non apparteneva
alla nazione di Villacidro, ed i Bolacchi da oltre un secolo erano genuini villacidresi.
Nella tema che continuasse il fermento, e non v’era penuria d’indizii,
il prefetto stimò atto eminentemente precauzionale allontanare l’istigatore.
Dal 1651 la popolazione s’era più che raddoppiata, si componeva
di 5800 persone, e dopo quella di Quarto, aveva raggiunto il primo posto. Tenere
in freno tanta gente non era facile. Senza la miccia non scoppia la polvere.
Radunatosi il congresso prefettizio, su proposta di Melis, decise che il chirurgo
prendesse il largo…….
Rapidamente s’iniziò l’istruzione del processo. Melis se ne
riprometteva mari e monti…..Ma pochi giorni dopo, la sua fede in risultanze
decisive cominciò a languire. Il primo marzo scriveva:
……è indicibile fatica che mi porta tal causa, mentre avendo
esplorato più di 50 persone, furono ben poche quelle che deposero alcuna
cosa, essendo tutti acconsigliati a tacere la verità dagli amici ed
aderenti del Bolacchi, tra i quali mi si dice esservi anche il vice prefetto
notaio Salvatore Ecca e il di lui fratello Giovanni sebbene sino al presente
non abbia potuto averne una pruova convincente.
…………Il 12 aprile il vento soffiava a prua tanto
impetuosamente, che svani completamente la fiducia prefettizia in una
vittoria giudiziaria. Una lettera del prefetto, di pari data, lo fa capire
chiaramente.
Per quante diligenze siensi praticate da me e da cotesto signor
Avv. Fiscale, non si è potuta avere altra pruova sino al presente contro
il chirurgo Giuseppe Bolacchi di Villa Cidro, onde sarei di sentimento,
salvo il miglior parere di V. S. Ill.ma, di farlo rimpatriare con obbligo
di presentarsi in questo tribunale, e di giurare un atto di sottomissione………
….l’arroppa paneri, in conformità dell’invito
fattogli dalla Segreteria di Stato, mogio mogio, se ne tornò al
teatro delle sue gesta e, da uomo accorto, immediatamente si presentò al
prefetto a sottoscrivere l’atto di sottomissione…..
[Però] Giuseppe Ignazio rimesso piede nel suolo patrio, ricominciò da
capo. ……
L’accanito persecutore de’ medici, perseguitato per quanto
si meritava, se ritornasse in vita, forse si consolerebbe constatando
che posteriormente anche altri suoi colleghi furono altrove bersagliati
dal rigore protomedicale………………
…………………
.Nel 1813, avutosi sentore in Cagliari che i distillati di Villacidro
in parecchi comuni avevano cagionato gravi disturbi allo stomaco de’ consumatori,
il prefetto fu invitato a prestare man forte al causidico Salvatore Carta
, delegato del protomedico generale Don Salvatore Cappai, ed inviato
sopra luogo col mandato di visitare tutti i lambicchi. In questa emergenza,
il prefetto non solo volle che il delegato fosse accompagnato da due
dragoni, ma che fosse assistito anche dall’avvocato fiscale, e
che la visita fosse preceduta dalla confisca di tutti i lambicchi.
In conseguenza, si procedette rapidamente al sequestro di quelli di Antioco
Correli, maggiore di giustizia, Giuseppe Cuccu viandante, Sisinnio Marras,
Francesco Muscas contadino, Antioco Vinci Bonu, Giovanni Chia, Salvatore
Cosseddu, muratore Domenico Aru, Agostino Corridori calzolaio, Francesco
Sessini, vedova Severa Muscas, fabbro Giuseppe Cannas, Antonio Mocci
Fonnesa, Sisinnio Pinna Steri.
Si rifiutarono l’agricoltore Sisinnio Cabriolu Concas, vedova
Maria Agostina Cabriolu, conciatore Francesco Porru,vedova Sisinnia Massidda,
fabbro Sisinnio Spada, Antioco Scanu Fantasia, notaio Antioco Carta,
vedova Raimonda Saiu Vinci, viandante Sisinnio Sanna, Efisio Portu, Sisinnio
Casti, Francesco Carta “col pretesto, forse studiato, di non ritenerli
in casa, d’averli accomodando, o d’averli prestati a gente
fuori villa.”
Alla presenza dell’avvocato fiscale, del delegato del protomedico
e del notaio Giovanni Ecca, i periti Giovanni Battista Mignatti e Raimondo
Sogno, non senza aver prima giurato di essere pratici di simili arnesi
e di averne moltissime volte veduti altri “per avere anche noi
infinitamente lambiccato acquavite” esaminati i singoli apparecchi,
dichiararono per quello della vedova Severa Muscas che “avendolo
bene osservato, toccato e palpato in tutte le sue parti colle loro rispettive
mani, alla luce chiara del presente giorno,” non si discerneva
il menomo vestigio di stagno, che non era in “istato di potervi
lambiccare il menomo liquore, nonché l’acquavite , mentre
mal tenuto e rotto in alcune parti sì nel coperchio , ossia coe
si dice volgarmente cappeddu, ossia nel cannone, ove passa il liquore
od acquavite, ossia finalmente nel caldaio recipiente del vino o corpo
di detto lambicco, e quindi in istato di non potervisi assolutamente
lambiccare sen’essere accomodato, e stagnato in regola, dovendo
essere allo stato presente l’acquavite, che si ricaverebbe dal
medesimo,pessima e pregiudiziale alla salute.
Su per giù identici giudizi furono emessi intorno ai rimanenti
lambicchi: “l’acquavite che allo stato presente vi si potrebbe
distillare potrebbe di sua natura cagionare gravi svantaggi all’umana
salute: che è quanto.”
Le multe fioccarono sull’inerte ignoranza. Chi forse aveva coscienza
del male che faceva fu Scano Fantasia il quale, per non render conto
alla giustizia, abbandonò il lambicco, ed insieme alla famiglia
se ne partì alla volta di Sardara.
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